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Associazione Sportiva Velica - Bari
Quando arriva il momento difficile ci si aspetta sempre che arrivi
qualcuno o qualcosa a mettere le cose a posto e a farci sentire sicuri. E ognuno ha i propri riferimenti e sistemi.
Liberi di pensare come liberi di andare.
Il Celeste Patrono della gente di mare
di Orazio Ferrara
E venne un uomo che aveva il mare per fratello.
"
Ci è ben noto con che viva fede le associazioni preposte alla cura della
gente di mare, le società di navigazione con tutti i marittimi italiani,
abbiano insistentemente chiesto che ci degnassimo proclamare San Francesco di
Paola loro celeste Patrono presso Dio... Egli è sempre stato venerato
con profonda devozione dai marittimi italiani, essendo la stessa vita del Taumaturgo
piena di prodigi compiuti sul mare e spesso in favore dei naviganti, i quali,
invocandolo nei loro pericoli, hanno sperimentato la valida protezione dello
stesso Santo...".
Con queste semplici parole, il 27 marzo 1943, papa Pio XII proclamava al mondo
San Francesco di Paola quale celeste patrono della gente di mare italiana.
Non poteva essere scelto momento più opportuno. Tempo da tregenda, quel
1943, per l'intera marineria italiana sia militare che mercantile. Tra i bagliori
di una guerra sfortunata, che volgeva rapidamente verso il suo tragico epilogo,
a migliaia i suoi uomini si erano immolati e si immolavano ancora con le loro "belle
e care navi", per tenere fede al giuramento, fatto un giorno, di vegliare
sul mare a difesa delle "amate sponde".
L'eroismo degli equipaggi, consumato nell'attonito silenzio delle immense distese
marine, non era conosciuto ai più. Perché il vero eroismo fugge
la retorica come la peste. Soltanto qualche sparuto superstite raccontava di
apocalittiche visioni in cui le navi sprofondavano negli abissi con gli uomini,
sull'attenti, a recitare la struggente preghiera del marinaio.
" A Te, o grande eterno Iddio, Signore del cielo e dell'abisso, cui obbediscono
i venti e le onde, noi uomini di mare... leviamo i cuori!
... Da' giusta gloria e potenza alla nostra bandiera, comanda che le tempeste
e i flutti servano a lei...
Benedici, o Signore, le nostre case lontane, le care genti. Benedici nella cadente
notte il riposo del popolo, benedici noi che, per esso vegliamo in armi sul mare!
Benedici".
Preghiera bellissima quale estremo viatico per molti, tanti marinai. Immagini
pulite di un tempo lontano. Immagini pulite, sì, ché le onde del
mare non ammettono il fango. Non contavano più le ideologie, le fazioni,
gli odi di parte. Niente e nessuno poteva ormai sporcare con il fango delle trincee
delle feroci contrapposizioni quotidiane quei ragazzi morti a vent'anni, laggiù sul
mare, sulla tolda di una nave.
Quanti di quei marinai invocarono, nell'istante fatale, quando ognuno è irrimediabilmente
solo con se stesso, San Francesco di Paola, che di fatto era già, per
tradizione consolidata, il protettore dei naviganti? Non lo sapremo mai. Sappiamo
però che quelle invocazioni sommesse giunsero, per imperscrutabili e misteriosi
canali, fino al soglio pontificio.
E fu la consacrazione del grande Taumaturgo a celeste patrono della gente della
nostra marineria.
La fama di San Francesco di Paola
quale potente e misericordioso protettore delle genti di mare era già diffusa,
lui vivendo, tra le popolazioni rivierasche del Mediterraneo, tanto che un discepolo,
suo conterraneo, pubblicando nell'anno 1502 una " Vita di Francesco",
scriveva che " naviganti, in punto di naufragare, invocandone il nome e
accendendo alcune candele benedette da lui, videro abbonacciarsi interamente
il mare. Questo dimostra la sua grande potenza".
Da quel lontano anno e fino ai nostri giorni, innumerevoli ex voto per grazia
ricevuta, offerti dai marinai e sparsi in tutti i santuari cristiani del Mediterraneo,
cantano le lodi di Francesco quale genio benefico dei naviganti.
Se nei disegni delle cose divine nulla è lasciato al caso, non fu dunque
un caso quello che Francesco, da piccolo, sia stato iniziato alla vita religiosa
nel convento francescano di San Marco Argentano. Il nome del potentissimo Evangelista,
guida celeste della Serenissima Repubblica di Venezia, le cui navi in quel tempo
contrastano, nel bacino orientale, la tracotante protervia dei corsari ottomani,
sembra indicare per Francesco una sorta di predestinazione ad essere anch'egli
un protettore munifico di chi, cristianamente, corre l'azzurra avventura sul
mare.
È
nei primi anni, trascorsi in una rigida vita ascetica, fatta di digiuni, di preghiere
e contemplazione, che si forma quella sorta di corrispondenza d'amorosi sensi
tra il futuro Santo e il Creato. Il mare ha un ruolo importante. Nei lunghi giorni
di macerazione della carne affinché lo spirito risulti più temprato
alle future dure prove, Francesco ha davanti a sé soltanto l'immensa distesa
verdazzurra del Tirreno. Quel mare dagli umori mutevoli, ora calmo, ora burrascoso,
dai colori sempre cangianti, è veramente la testimonianza dell'onnipotenza
di Dio e della piccolezza degli uomini. Le navi che veleggiavano all'orizzonte
erano senza dubbio accompagnate dalle preghiere e dalle benedizioni di quell'uomo
pio, soprattutto quando esse erano in difficoltà e le vedeva scomparire
e riemergere tra le onde dei marosi. Egli udiva nel suo cuore la disperazione
di quei marinai, e pregava. E il Cielo esaudiva.
Anche le creature che vivevano nelle acque erano oggetto del suo fraterno amore.
Tutti i biografi del Santo concordano sul fatto che egli rifiutasse assolutamente
di mangiare pesce, che pure, abbondante, arrivava alla mensa del convento di
Paola, offerto dalla gratitudine dei pescatori. Illuminante al riguardo l'episodio
narrato sempre dal biografo contemporaneo. Una volta, di buon mattino, arrivò al
convento un pescatore con un canestro pieno di pesci freschi, ma naturalmente
morti. Era un grazioso omaggio per la tavola del Vescovo di Cosenza, che quel
giorno doveva essere ospite dei frati. Francesco accolse il pescatore con queste
parole: "Sei venuto proprio all'ora giusta. Andiamo a lavarli, per offrirne
al Signore". Nell'interno del convento vi era una fontana con una vasca,
dove i due si portarono per compiere quanto stabilito. Appena il Santo toccò il
primo pesce, questi ritornò immediatamente in vita. Francesco, sorridendo,
lo depose nella vasca "dove - annota il biografo - continuò a vivere
per parecchi anni". Potenza del suo amore verso tutte le creature di Dio!
Analogo l'episodio del pescatore di Rende, che aveva portato in dono dei pesci
d'acqua dolce infilzati per la gola. A quello spettacolo il Santo si rattristò e,
sfilando i pesci ad uno ad uno, li depose dolcemente in una conca d'acqua, dove,
con enorme commozione di tutti i presenti, ripresero a guizzare vivacemente come
a cantare le lodi di colui che li aveva riportati in vita.
La benevolenza di San Francesco verso gli uomini di mare non si smentiva neanche
quando gli stessi si presentavano come nemici. È il caso dell'equipaggio
della nave che era sbarcato nelle Calabrie per tradurlo a Napoli, in esecuzione
di un ordine di arresto del Re Ferrante I d'Aragona. Il capitano e i suoi uomini,
affamati e provati dal viaggio, furono benignamente accolti dal Santo, che volle
perfino rifocillarli. E benché ci fossero soltanto un boccale di vino
e due piccole focacce, e le persone fossero circa una cinquantina, tutti mangiarono
e bevvero a sazietà. A quel miracolo i presenti, pieni di meraviglia,
lodarono Dio.
"
Il dominio sulle acque", che caratterizzerà tanti momenti miracolosi
della vita di Francesco, si manifestò fin dall'inizio. Durante la edificazione
del convento nella città di Paola, c'era molto malcontento tra gli operai
addetti ai lavori, in quanto essi, per dissetarsi, dovevano scendere, per un
malagevole sentiero, al sottostante e lontano torrente e poi risalire. All'ennesima
lamentela, il Santo, con un sorriso bonario, percosse col suo bastone una roccia
lì vicino. Subitaneamente sgorgò dell'acqua purissima. La fonte
esiste tutt'ora. È la famosa "Acqua della cucchiarella", in
grado, ancora oggi, di dissetare chiunque giunga nelle vesti di pellegrino.
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